Caro gasolio e tensioni internazionali: la pesca italiana non può pagare il prezzo della guerra

Se non si interviene subito, il rischio è che nelle prossime settimane molte marinerie italiane siano costrette a fermarsi.

Le marinerie italiane sono in forte difficoltà. L’impennata del costo del gasolio, conseguenza diretta delle tensioni internazionali e della guerra in corso in Iran, sta mettendo seriamente a rischio la sostenibilità economica di molte imprese della pesca. In numerosi porti italiani diversi pescherecci sono già costretti a rimanere fermi in banchina perché uscire in mare non è più economicamente sostenibile.

Per le imprese ittiche il carburante rappresenta una delle principali voci di costo. Con gli attuali livelli dei prezzi del gasolio, ogni uscita in mare rischia di trasformarsi in una perdita economica certa. In queste condizioni lavorare significa rimetterci, e sempre più armatori stanno valutando la sospensione delle attività.

È una situazione che non può essere accettata. Le imprese della pesca non possono diventare la prima vittima economica di una crisi geopolitica internazionale che nulla ha a che vedere con il lavoro quotidiano delle marinerie.

Il comparto ittico arriva inoltre da anni particolarmente complessi, segnati dall’aumento generalizzato dei costi di produzione, da un quadro normativo sempre più stringente e da difficoltà di mercato che stanno mettendo sotto pressione la tenuta economica delle imprese. L’attuale rincaro del carburante rischia di rappresentare il colpo definitivo per molte aziende familiari e per intere comunità costiere che vivono di pesca.

Per queste ragioni chiediamo con forza un intervento immediato da parte del Governo italiano e delle istituzioni europee attraverso misure urgenti e concrete. È necessario valutare l’introduzione di un credito d’imposta straordinario sul gasolio per le imprese della pesca, che consenta di compensare almeno in parte l’aumento dei costi energetici e permetta alle imbarcazioni di continuare a operare.

Allo stesso tempo riteniamo indispensabile attivare controlli lungo tutta la filiera della distribuzione dei carburanti, al fine di verificare eventuali fenomeni speculativi che rischiano di aggravare ulteriormente una situazione già estremamente critica per il settore.

Come associazione di categoria riteniamo inoltre non più rinviabile una riflessione strutturale sugli strumenti di tutela del reddito per il comparto della pesca. In questo senso auspichiamo con forza l’estensione della CISOA o strumenti equivalenti di sostegno al reddito, affinché anche i lavoratori del mare possano beneficiarne nei momenti di crisi che rendono impossibile o economicamente insostenibile l’attività.

Parallelamente è necessario riattivare e rafforzare strumenti di sostegno alla sostenibilità economica delle imprese, sul modello di quanto avvenuto con la misura 5.68 del FEAMP, che in passato ha consentito di accompagnare il settore nei momenti di forte difficoltà legati all’aumento dei costi operativi dettati dalla guerra in Ucraina.

Senza interventi rapidi e adeguati il rischio concreto è quello di una progressiva paralisi della pesca italiana, con conseguenze pesantissime sul piano economico, occupazionale e sociale per migliaia di lavoratori e per numerose comunità costiere.

La pesca italiana non chiede privilegi, ma condizioni minime per poter continuare a lavorare e garantire il futuro di un settore strategico per l’economia del mare, per l’occupazione e per la sicurezza alimentare del Paese.

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